Bugie, bugiardi e il Festival del tumuletto

Bugie, bugiardi e il Festival del tumuletto

Dopo i 65 mila esodati è il caso di pensare al Gran Festival del tumuletto. Il tumuletto del bugiardo. Se l’Italia fosse la Malesia sarebbe tutta un tumuletto. In Malesia i tumuletti di pietre e bastoncini nascono tanto tempo fa con tal signor Ming, un bugiardo di professione. Ming arrivò a far piangere una povera donna dicendole “tuo figlio è morto”. Il popolo infuriato propose la lapidazione. Ma il capo di quel villaggio di palafitte del Sarawak impose da quel momento in poi di lanciare una pietra in ogni luogo della bugia. Tuttora in questa regione della Malesia pile di pietre qua e là individuano bugie e bugiardi. Ignorare che la menzogna ci appartenga è un’altrettanta menzogna. E che “una bugia coi tuoi il frigo pieno e poi” l’abbiamo cantata tutti. Omissioni, “mia madre non lo deve sapere”. E poi “se guardo te sono bugiarda” con le note di quel “I’m believer” dei The Monkees. Ci sono bugie buone e bugie cattive. Verità omesse a fin di bene e la falsa testimonianza. Diabolica, quella. Giuramenti su familiari e Padre eterno scomodati per fandonie. Prese in giro e imbrogli. Decidete voi, se fare tumuletti tra Palazzo Chigi e Palazzo Madama. Vi darò milioni di posti di lavoro. Ruby è la nipote di Mubarak. Non c’è la crisi. Hanno osato ristrutturarmi la casa a mia insaputa. Gli esodati sono 65 mila. Non ho mai rubato soldi dal partito. Pinocchi e fatine. Così tutti i politici anche quelli buoni diventano ciarlatani. Legittimati ad esserlo. E benedici invece il calciatore – l’unico – che confessa di aver preso per i fondelli il mondo. Mentre l’Italia affonda in balle e bubbole e fa tumuli di creduloni dando fiducia al primo Tommaso Capello di turno. Il sanatutto del XIII secolo, l’arrotino di bugie che prometteva di sanare unghie incarnite e denti marci accompagnato da organetto, scimmietta e donna procace al fianco. E tra l’altro, portava le notizie da altri paesi. Un giornalista? Esatto. Un giornalista. Bugie cattive, le loro, quando contano sull’ignoranza dei lettori per difendere i prepotenti. Allora tumuletti, tanti, anche per alcuni di loro. E ce ne sono…
La verità è sopravvalutata. È il Festival del tumuletto dei bugiardi.

Sardegna Quotidiano, 15-14-2012

Il viaggio a piedi. Da Capoterra ad Ardauli con la bussola

Il viaggio a piedi. Da Capoterra ad Ardauli con la bussola

Un soffio sottilissimo d’aria, l’aroma dell’erba calpestata, qualche scampanellio lontanissimo. L’erba gialla come il sole, sui piedi bolle e terra. Centoventichilometri a piedi da Capoterra ad Ardauli. «Io Marcello, lui Roberto. Io studio fisica, lui ingegneria». E Nicola. Nicola studente ribelle e basta. Non è l’unico a dire che l’Università non insegni come dovrebbe. Lontano dai compromessi della vita. Sfidare la sopportazione, accarezzare la natura. «Ad Ardauli ci hanno visto arrivare da lontano e hanno gridato “funti arribbendi”». Lì ravioli alla “nebiredda”. Dopo sette giorni di cammino per dimenticare le linee geometriche. «Stanchi del “progetto di qualcuno”». E allora cartina e sentieri. «Ma nella Giara solo la bussola». Il paesaggio si faceva via via più aperto, larghi campi concavi erano come reti tese sopra l’abisso.«Capoterra, Decimoputzu, Ussaramanna, la Giara, Senis, Laconi poi fino ad Ardauli». Persi il primo giorno. «Ma nel bel mezzo del niente è apparso un uomo e ci ha indicato il cammino». La fantasia che rinasce. «Il villaggio degli gnomi con quelle scalette piccole piccole che potevano essere solo per loro». La fame e la sete che crescono. «Latte freddo, senza zucchero e riscoprirne la bontà». Lontani dalla droga dei piaceri, ceppi dell’obesità del consumismo. «Lavati nelle fontane, con le bottiglie come i nostri antenati». Quei piedi sporchi di terra. «E la mosca cuaddedda che tormentava». Nel sacco a pelo con “Atom heart mother” dei Pink Floyd che si perdeva nella Giara. «Per poi aprire gli occhi e scoprirsi circondati da un’infinità di capre». La natura dell’uomo. «A Laconi dei bambini ci lanciavano le pietre e ci gridavano “barboni” davanti agli adulti compli-ci». Poi «i classici personaggi del bar che ti chiedevano di raccontare». Il prete buono. La famiglia che offre ospitalità. «Discariche abusive, bruciate». A piedi perché? «Per tornare alla percezione giusta del tempo e del dettaglio». La luce della luna e i silenzi. «E quella strana energia tra viaggiatori. Se viene a mancare il coraggio di solo un viaggiatore le difficoltà diventano mostri». Lo dice Chiara. Come loro, viaggiatrice a piedi. «Quanta rabbia per le coste “dei ricchi” recintate per chilometri». Scempi. Ma multano la tenda, 210 euro prego: «Anche se dimostri che tu sei lì per amarla, la natura». Nicola, Marcello e Roberto. “Nel tempo di mezzo” come il Chironi di Marcello Fois. Ma di certissimo c’era che una cosa simile non l’avevano vista mai. Un cielo così, mai. Lo rifarete? «Già, rifatto».

(da Sardegna Quotidiano, 14-04-2012)

A casa dei Moso, terra di donne e amore libero

A casa dei Moso, terra di donne e amore libero

Samuel aveva 4 anni. Era il bambino più piccolo della colonia. Seduto gambe incrociate, dava le spalle alla stanza chiassosa e colorata. Guardava il muro e lasciava cadere lente lacrime. Genitori separati, presi dai nuovi amori. <Non mi vuole nessuno>, diceva Samuel. Poi ti guardava con le sue fossette e chiedeva: <Vieni con me e papà al mare?>. Impossibile dimenticare quegli occhi tristi. Samuel è come tanti altri bambini la vittima di quelle “cose che succedono”. Separarsi è la normalità, come la sofferenza dei figli. Ma il mondo è colorato. Ci sono angoli in cui tutto questo non succede. Il villaggio dei Moso è situato ai piedi dell’Himalaya. Lì tengono separato l’amore tra uomo e donna da quello per i figli. Così quando l’amore finisce i figli non soffrono. E’ un villaggio matriarcale, uno dei pochi rimasti al mondo. Ognuno resta nella famiglia della madre. Lei ci sarà per sempre. Un uomo e una donna no. Passano. Come l’amore. Matriarcale era la famiglia nell’età del ferro, quella più naturale, prima che l’uomo imponesse il dominio con le armi. La famiglia fa capo alla donna più anziana. Fa capo non significa “comanda”. Non comanda nessuno. C’è un gioco di ruoli ed equilibri in cui nessuno schiaccia l’altro. La donna bada agli affari interni di casa, l’uomo gli affari esterni. Non esiste il matrimonio, è considerato un contratto di interessi e ai Moso non serve. Per loro conta solo l’amore. A 15 anni la ragazza riceve in regalo una stanza tutta per sè, “la stanza dei fiori”. Lì potrà ospitare l’uomo che ama, per una notte, per mesi o anni. Spetta all’uomo bussare alla finestra, alla donna decidere. Quando poi nasce un bambino il padre biologico non ha doveri, a crescere il piccolo ci penseranno i vari zii e prozii della famiglia della madre. Non esistono casi di incesto, non è concepita la violenza. ll popolo dei Moso è pacifico, si fonda sull’amore e sublima il sentimento. Lo sveste di ipocrisia e convenzioni. I Moso sono “il popolo dell’amore libero”. Molti turisti ingannati da questo fanno il pellegrinaggio per trovare il sesso facile ma restano delusi. E oggi i Moso ci guardano perplessi. Non capiscono come possiamo credere che l’amore duri per sempre. Come si soffochi un sentimento finito fino a renderci peggiori. Ma soprattutto come la donna, donna come la loro Dea madre, Natura madre di tutte le cose, possa tollerare la violenza dell’uomo su donne e bambini. Coi vestiti e collane colorati guardano noi, che a volte ci agghindiamo di nero. E pensano che siamo strani, e tristi.

 da Sardegna Quotidiano del 04-04-2011

La parola della settimana. Quella paccata per gli sfigati e il Fornero slang

La parola della settimana. Quella paccata per gli sfigati e il Fornero slang

I truzzi rosikano. La Fornero senza “la” -giammai metterle davanti l’articolo- fa la giovane “a manetta”. Non è la prima volta che Elsa underground si “intrippa” con uscite “gabille”. Fornero “aristofreak” – tipica giovanotta di buona famiglia con frequentazioni alternative, “squacquarea” lo slang giovanile. Chiunque abbia frequentato di questi tempi il ministro del Lavoro c’è da preoccuparsi. Non tanto per quel «il mio Mario mi fa sangue» detto dalla finta ministra dalla Dandini (Mario è il marito Deaglio ma anche il premier Monti). Ma per quella “paccata” da punkabbestia, parola indubbiamente tamarra, col significato dislocato rispetto al significante. “Una paccata di soldi…”, ha detto Elsa underground. Paccata di soldi? Elsa è “bollita”? È in “putrefa” (post sbornia)? Perché “paccata” al massimo è una “bidonata”. Ovvero una donna triste al ristorante che guarda l’orologio se l’uomo le ha fatto il “borrone”. Paccata o limonata. A Roma la “paccata” è un incontro di livello intermedio tra due corpi. Una pomiciata, su. “Me la sono paccata”. Paccata è anche una forte manata ovunque, e anche lì. Ed è data rigorosamente a mano aperta. Tanto da sembrare un’onomatopea. “Pac” con risuono che varia a seconda della consistenza di ciò che è stato “paccato”. Ma la sua “paccata di soldi” allora? Le patacche sì, che erano dei soldi. Grandi rossi ma di poco valore. O le macchie circolari di olio e sugo sui vestiti. E allora ha ragione la Marcegaglia che l’ha “rimbalzata”. «La Paccata di soldi è solo un pacco!» ha detto. Un pacco grande è una grande fregatura. Una busta, direbbero i nipotini del ministro. Che ruba il gergo giovanile per fare la babbucchiona (fessacchiotta)? O la babbiona (prendere in giro)? Ma forse Prof Fornero ha la licenza poetica per una nuova “paccata”. Da oggi significherà anche “grande quantità”. In ogni caso sarà pure il governo rigido e austero ma anche quello del linguaggio più truzzo. Meglio di patonza, certo. Anche se la laurea a 28 anni da “sfigati” (Michael Mortone, vice Fornero, tutto in famiglia) non era male. Beccatevi la paccata di soldi. Sperando non ci senta nessuno…

(Sardegna Quotidiano, 18 marzo 2011)

La parola della settimana. Toglietemi tutto ma non il mio Tav (parola di Monti)

La parola della settimana. Toglietemi tutto ma non il mio Tav (parola di Monti)

Tav o no Tav. Sembra una pastiglia per il mal di stomaco. Un modello di tir. Tassa alcolisti volontari. Invece è il T-reno A-lta, V-elocità. Ma anche T-iro A-l V-olo. I forestali vanno spesso al Tav. Parola poco romantica per i Valsusini. Felici piuttosto nell’immobilità che ricorda il paesino anni ‘30 di “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” (film del 1991). Lì come in Val di Susa, tra odori e sapori e rapporti familiari d’altri tempi, il treno turbava. Nel bene e nel male. Ma anche quello dei pomodori fritti, aimé, non era un Tav. Parola così vuota davanti a quel “train” molto cool per chi ricorda in automatico i baffoni sudaticci dei Doobie Brothers in “Long running train”. Dire ho perso il Tav, poi non è la stessa cosa. Sembra di parlare di protesi. Sei veloce come un Tav è da uforobot. Sei sempre l’ultimo Tav è da sfigato all’ultima moda. Il treno non faceva arrabbiare nessuno. Impazzire sì. Come signor Belluca di Pirandello, gli bastava immaginare il fischio per finire in un nonnulla nel Congo o in Siberia. Beato lui. Il Tav neanche fischia. E non ha i feticisti innamorati del vecchio portasapone del vagone col bagno, che il sapone lo grattava e te lo faceva uscire a scaglie, mica liquido. Il vecchio “treno”, dal francese provenzale “train”, dal latino “trahere” (tirare) aveva incantato persino i Fratelli Lumière. Avevano terrorizzato i loro spettatori, fuggiti per paura di essere travolti dal cortometraggio. Avessero ripreso un Tav, sarebbero morti di paura. E così si potrebbe andare avanti per 57 km, quanto il tunnel in Italia di questo Tav fino a Lione. Evoluzione moltiplicata del primo treno di George Stephenson. Era il 1825 e 20 anni dopo i passeggeri viaggiavano a 96 km orari tra Londra e Bristol. Il Tav va a 320, pizze ed escargot in senso opposti. Farebbe felice una colonia di giapponesi, in Val di Susa. Ci farebbero salti nel tempo e in altre dimensioni, come in “2046”, film col Tav accompagnato dalla “Casta diva” di Bellini. Gli italiani sono sempre stati più tradizionali. Ma poi c’è un modernissimo Monti che in compagnia ti dice: «Togliatemi tutto ma non il mio Tav». La grande opera in tempi di crisi. Ma poco Tav dei desideri.

(Sardegna Quotidiano, 4 marzo 2012)

La parola della settimana. Tutti in Allerta tra cocomeri e indiani Sioux

La parola della settimana. Tutti in Allerta tra cocomeri e indiani Sioux

Tutti Allerta! O All’Erta! Erta, che significa cima o salita. Che Erte affollatissime, di questi tempi. Cime come spiagge d’agosto. Stretti stretti sul cucuzzolo alla caccia degli indiani Sioux. Neve Sioux. Che ha trasformato in guerriero persino Alemanno, in cima all’Aventino per scongiurare sciagure. Allerta, due punti. E trovi un po’ di tutto. Persino gli allertati all’ultimo grido. Come gli amanti di chewingum “lavadenti” e dentifrici calibrati. Allerta: il fluoro è nocivo. Anche loro hanno uno spazietto accanto agli allertati del terremoto dei giorni scorsi. Agli allertati dalla Merkel di tutti i giorni. Agli allertati per natura. Allerta viene dal francese “alerte”. E in passato era proprio un grido. Quello delle sentinelle che invitavano altre sentinelle a stare vigili. Così i più allerta di tutti erano proprio gli abitanti di “All’erta di Sioux”. Paesino del Canada attraversato da un lago rosso di pepite d’oro. Ora, pur ridotto a patria del Festival del Mirtillo, conserva il suo fascino tra l’Ontario e una spettrale ferrovia. Fatto sta che gli abitanti dell’Allerta di Sioux vigilavano sempre su quegli indiani che tradotti significano “meno di una vipera”. Ma all’erta poi è anche quel tipo che non tiene i cocomeri. “Non saper tenere un cocomero All’erta” significa spifferare tutto a tutti. E anche di quelli sarebbe piena la cima. Anche se poi la definizione dell’Accadamia della Crusca di tre secoli fa di “Stare all’erta” è ancora diversa. “Quando uno”, in uno spettacoloso “favellando”, cerca il vantaggio “di farlo con cautela, e di non esser preso in parola”. Un misterioso parlatore con gli occhi spalancati. Si guarda a destra e a manca. Dice ma non dice. Ma alla fine è meglio o no Stare all’erta? “Stare all’erta ecco la vita. Essere cullato nella tranquillità, ecco la morte”, suggeriva Wilde Oscar. Allerta è anche batticuore. E tra pale innevate d’aerei e pale con due elle che sbuffano e disagi qui a là, qualcuno tiene All’erta il cocomero. E “favellando” non dice che vedere un fiocco di neve cadere dal cielo, o milioni di fiocchi, sciolti all’istante o no, è sempre un bello spettacolo. Proprio come quei vecchi, magici Sioux.

(SardegnaQuotidiano 12 febbraio 2011)

Parole estinte. Quanto ci piace la “sinforosa”

Parole estinte. Quanto ci piace la “sinforosa”

Ieri ho visto una signorina sinforosa. Bello eh?! In Francia le femministe vogliono buttare secoli di “signorina”, in Italia da tempo sinforosa fa parte di tutti quei termini diruti (in rovina). Eppure “sinforosa” fila più di “se la tira”. Perché usare tre parole quando ce ne sarebbe una così gaglioffa (o gagliarda)? Economia del linguaggio. C’è una speranza per queste parole sinforose, affinché non s’adontino (prendersela a male). Per riprenderle dall’impolverata étagère (libreria) la “Dante” ha organizzato a Cagliari, nel 2013, un congresso “Adotta una parola”. O volendo uno zuzzurellone, il classico uomo-bambino sopra i 50. Oppure un mariuolo, un bamboccione. Un congresso per salvare parole estinte come il coguaro, tenere come il panda. Vi alluzza (invoglia)? A proposito di panda, come si può lasciar morire “biricoccola”? Un incrocio tra ciliegia e prugna, che se non trovate nel reparto frutta potete usarla per suscitare tenerezza. E se non volete usare “coso” quando vi resta quel “coso” in mano dopo aver mangiato una pannocchia potete dire soddisfatti di avere davanti un bellissimo tutolo. Al congresso ci sarà spazio anche per “In viaggio con Dante”. Ancora per salvare il lessico e continuare a distinguere velcro, feltro e felcro. Se siete arrabbiati con qualcuno ditegli pure che è un sordido (cattivo lucido e crudo) invece di continuare a saltabeccare (parlare nervosi e disconnessi). E donne, se state cercando una maniera abbastanza delicata per rispondere al volgare “Partito delle Gnocche” ecco che potete prendere in prestito “bigini” (qualcuno ancora chiama così lo “gnocco”), i libretti con le traduzioni degli autori greci latini. Bigini intellettuali, insomma. E poi perché escort? Escort deriva dal francese escorte, che a sua volta proviene dall’italiano scorta, scorgere, che deriva dal latino ex (da), e corrigere, (drizzare, mettere sulla retta via). Cosa c’entra? Passeggiatrici, si chiamano passeggiatrici. Che si spedano molto (camminare troppo). Volete scaravoltare il vostro lessico? Mettete in saccoccia (quanto è più carino rispetto a tasca?) prescia (premura) e qualche Regina Taitù (dispotica e superba, l’imperatrice dell’Etiopia che fu). Non perdete la trebisonda (pazienza) e non lasciatevi turlupinare (ingannare) dall’uggia (noia) del linguaggio. Pensate che termine adottare, quello che vi piace di più e non fatelo morire. Lascerete tutti inciocchiti.

(Sardegna Quotidiano, 11 ottobre 2011)

La parola della settimana. Macché emozioni Il bungee jumping è la Monotonia

La parola della settimana. Macché emozioni Il bungee jumping è la Monotonia

A vederlo non sembra certo un tipo sovraeccitato. Neanche senza “sovra”. Non ce ne voglia, Monti, ma a sentirlo poi, è un grandissimo “mono tonos”. Variazioni di ritmo neanche quando la snobba schizzinosetto, la Monotonia. Né un basso, né un acuto. Col suo “mono tonos” e il viso imbalsamato, quell’attacco ribelle alla Monotonia del posto fisso è il buongiorno dell’assurdo. Monotonia: tono privo di variazioni, che è sempre uguale e uniforme. Cugina della provenzale noia, malattia dei pensatori. Monotonia è il piattume. Le ore che passano identiche. Tic tac. O tran tran. Imprecate: “Meglio le barbarie, che la noia!” La speranza è che accada qualcosa. Oggi la soluzione anti-Monotonia è l’iper-emozione. Esempio. Se proprio Monti deve far finta di avercela con la Monotonia suggerisca l’anti-Monotonia di questi tempi. Un tatuaggio. Un piercing. Partecipare a un reality show, bungee jumping, una serata da pornodivo o drag queen. Pentirsi di tutto. Rifarlo. Cani da tartufo in cerca della “grande emozione”. Formato maxi, come il menù del McDonald’s per i mangioni. Nell’epoca in cui tutto è sovraeccitato dal mondo esterno, le “emozioni fortissime” sono ricercate. Quelle standard ci arrivano come pennellate di acquerello (in fretta sennò i colori scappano). Lacrimucce e giudizi di stomaco davanti a De Filippi e Misseri. Arriva proprio tutto. Tranne il sovraeccitamento da lavoro di Monti. Che l’ha finita come Pessoa dentro “Il libro dell’Inquietudine”. Peccando di immaginazione letteraria riflette sulla Monotonia delle “vite comuni apparentemente terribili” come “il cuoco che cucina nella stessa trattoria da 40 anni e non è mai stato a teatro e dorme poche ore e torna sempre al suo paesino e mette da parte lentamente denaro che non intende spendere”. Ma il cuoco sorride sincero. Pessoa che sguazza nella Monotonia ne è allibito. La morale? Pessoa non può essere “tutti” e neanche Monti. In pratica ognuno si faccia gli affaracci suoi e non entri nella Monotonia altrui. A molti basta poco alla solenne felicità. Come un tran tran che dura 40 anni. Altro che bungee jumping…

(Sardegna Quotidiano, 5 febbraio 2012)

La parola della settimana. Oltre tweet e tag questo “forcone” che sa di terra

La parola della settimana. Oltre tweet e tag questo “forcone” che sa di terra

Forcone non è un hashtag. Non un tweet o un post di ribelli. È la parola della settimana. Non spunta dall’etere, non trilla e non vive col “mi piace” appeso. Nasce dalla terra come una rapa. La terra, il Forcone, la pettina e ne sparge l’odore. Spazza foglie e letame. Il Forcone puzza di vita e di fango. Pasolini ai Forconi avrebbe dedicato fiumi d’inchiostro. Avrebbe scritto ad esempio che Forcone è “uno slogan”. Uno slogan estraneo al consumismo. Non quello delle aziende di jeans dei suoi tempi. Ma slogan di operai, pastori, camionisti , imprenditori, artigiani e commercianti che oggi vivono nell’“era del pane”. Quella in cui sono inaccessibili i beni di prima necessità. Pane, latte e lavoro. E la benzina. Ma da dove arriva Forcone? Prima dall’Inferno con Belzebù, poi dal latino furca,ae. La Forca con accrescitivo è una parola vecchia quanto il lavoro. Era l’attrezzo agricolo quanto il patibolo delle impiccagioni. Oggi rinasce dalla bocca della disperazione. Felice Floris, pastore, la pronuncia in tv mesi fa. “Scenderemo in piazza coi Forconi”. Il battesimo inconsapevole di un movimento che in Sicilia ottiene la ribalta nazionale. Quel Forcone fatto di un bastone di legno e tre, quattro punte di ferro, diventa un’arma di protesta. Il patibolo ma non la resa. È il grido del popolo. È il lavoro che non c’è più. Ci fosse ancora Rino Gaetano canterebbe “La zappa il tridente il rastrello la forca l’aratro il falcetto il crivello la vanga”, tutto d’un fiato. Il “Forcone” Gaetano era contro i salotti. Sbeffeggiava quello della ottocentesca contessa Maffei. Lei mecenate sedeva coi grandi pensatori. Verdi e Manzoni, Carlo D’Azeglio. Oggi non c’è Verdi, Manzoni o D’Azeglio. Ma Monti, tecnici e politici. E coi Forconi spuntano fuori dal secolo scorso classe operaia, lotta e antipolitica. Il Forcone assicura l’impressione di esistere a un categoria che ne include tante. Potrebbe morire domani. Oppure avanzare come il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Solo un visionario potrà dire se è la fine dell’età dell’oro. Pasolini, e i fiumi di inchiostro che non ci sono più. Per il resto è chiaro il grido, e la frattura. Perché Forcone è anche un’altra parola solo del Sud.

(da Sardegna Quotidiano, 29-01-2012)

Dolcemente. Grazia, Erminia e il pudore globalizzato

Dolcemente. Grazia, Erminia e il pudore globalizzato

Quando il pudore sparì era una donna. Si chiamava Pudicizia, viveva in una spelonca gelida e «quasi di soppiatto in cielo se ne andò». Era circa il 100 d.c e Giovenale faceva il “bacchettone.” Esagerato? Chissà. Oggi come allora si celebra con sgomento la morte del pudore. Ma la spallina del baby doll scivolata via dalla modella qualche giorno fa, qualche timidone di Palazzo Pitti l’ha fatto arrossire. Una rara delicatezza che avrebbe fatto infuriare Giovenale bigotto. Che sarebbe andato matto per Alberto Sordi. L’ Erminia de “Il senso del pudore” (1976) è l’emblema paffuto, del pudore. La pudicizia più abbondante del cinema. Sposa di Giacinto va a al cinematografo per festeggiare le nozze d’argento. Ma lì viene aggredita dal film porno. Proprio lei, dalla quale l’emancipazione ha girato al largo. Pur di difendere il proprio pudore, arrotola un tulle imbronciata, gioca con la borsetta, fa finta di soffiarsi il naso in un fazzoletto rosa confuso tra i casti frou-frou della camiciona. Giacinto, non meno imbarazzato, le offre goffamente da fumare. «E vatte, sai che ‘n fumo», farfuglia seccata. Oggi cambiare canale davanti alla scena imbarazzante in tv non è così fuori moda come si pensa. Quel fastidio nasce spontaneo per la violazione dell’intimità. Ma alla fine cos’è il pudore? Una pausa di negoziazione con se stessi nella quale salta fuori la dignità, diceva qualcuno. Sofisticato. Il pudore è di Monica Vitti che si rifiuta di girare i film nuda. «Il mio corpo non si può far vedere a tutti…perché è mio…bello…e nasconderlo è un mezzo per la fantasia… e la fantasia è molto meglio della realtà…». E allora perché ci si spoglia, dentro e fuori? Se i contemporanei di Giovenale vivevano di vizi e onnipotenza, se negli anni ‘70 si abbattevano i tabù sul sesso, oggi, secondo Roberto Ferrucci in “Sentimenti sovversivi” perdere il pudore equivale a perdere i contorni di sé. In pratica si rinuncia a ciò che si ha di più esclusivo per sentirsi parte del mondo. Una forma di globalizzazione. Di certo tra Erminie e “globalizzati”, la Pudicizia vive ancora qua e là. Alla fine del 1800 era Grazia Deledda. La donna sarda col velo nero, uno sguardo bastava a scorgere la sua intimità nascosta. Il carteggio col giornalista Stanislao di cui si innamora a 21 anni è un capolavoro di amore pudico. «La donna che confessa il suo amore all’uomo da cui non si sa riamata, commette un’azione disonorevole e vile», gli aveva scritto. Coraggiosa, pudìca, Grazietta.

(Sardegna Quotidiano, 25 gennaio 2012)